18 Novembre 2021

Siamo davvero capaci di ascoltarli? Siamo davvero capaci di condurli?
Sono lì, davanti a noi, seduti e vigili ma ripiegati nel loro mondo che passa attraverso un piccolo e sempre più leggero apparato tecnologico.
Lo smartphone non solo è rappresentativo della cosiddetta riccanza1 ma è anche l’espressione di quell’apparenza virtuosa, quanto virtuale, che è possibile sostenere nel mondo eterico tanto caro ai ragazzi.
Invisibili a noi adulti, ecco che i ragazzi diventano star o, più precisamente, influencer2 di un mondo inventato e privo di regole ma concretamente presente nel quotidiano.
Questa seconda dimensione regala una visibilità invisibile. Una visibilità da ridimensionare, una visibilità capace di oscurare la colpa fino a negare le azioni anche gravi esaltando una identità che si nutre di effimere e, altrettanto, istantanee approvazioni. Il “like”, il “mi piace” virtuale, corrisponde, comunque, ad un anonimato nel “reale” dove le stesse azioni sarebbero troppo visibili e ingombranti e certamente, in alcuni casi, inadeguate se non, addirittura, riconosciute illegali pur in un limitato senso civico.
Il web è il non luogo. Una dimensione priva di colpa. E cosi, nell’eterna umana ricerca di esserci e di essere visibile, che in questo mondo passa attraverso un like e agognate milioni di visualizzazioni, i ragazzi non ci sono mentre esistono. Una nuova frontiera dell’essere e del percepire azioni e proponimenti. Il luogo del “tutto è possibile”.
La platea dei ragazzi è vuota ed il loro continuo parlare disperso nell’etere.
Chi sono, cosa dicono, pensano, scrivono, proclamano in quella fitta rete di social e parole, di immagini sempre più veloci e di stories (racconti) a scadenza?
Quanto siamo sordi e disattenti, tranquilli nel vederli tranquilli.
Il telefono diventa un antidepressivo, un ansiolitico, un babysitter, un passatempo, un diario (anche segreto), una traccia dispersa in un universo tanto esteso quanto inesplorabile.
A noi adulti, genitori, educatori, insegnanti e tanto altro, restano sedie vuote perché le menti sono altrove. Le menti sono nell’altrove dove la richiesta di ESSERCI soddisfa la propria vanità.
Noi adulti abbiamo la grossa responsabilità di riempire queste platee vuote di menti altrove.
Menti di giovani che possono essere ascoltati, riconosciuti e guardati.
Giovani che necessitano di quella cura che si esprime come quella realtà cosmica e salvifica, per cui ne va del destino stesso dell’uomo. La cura come un pensiero che “agisce in quanto pensa”3. La cura e la relazione, quindi, si sposano dando vita ad un atto che, nello sprigionare la relazione d’aiuto, lascia spazio alla possibilità che l’altro rientri a pieno nella sua progettualità.
In un simile contesto, l’atto di cura diviene un Atto Intenzionale con una significativa valenza relazionale volto a facilitare nell’altro l’esercizio responsabile della libertà e delle scelte, l’identificazione e l’autoaffermazione. La cura si configura come un’azione salvifica verso colui che vive in una situazione di invisibilità. Di disagio.
Ecco, dunque, che la parte più significativa della relazione di cura si sostiene su di un pieno riconoscimento della dignità individuale che comporta e favorisce un’equilibrata e non possessiva assunzione di responsabilità sul benessere e sullo sviluppo di colui con il quale si istaura la relazione4. Il tu della conferma è tanto più necessario quanto più l’altro versa in una situazione di svantaggio in cui il suo essere persona è esposto più che mai all’annullamento5.
La relazione che cura insegna a non collocarsi al posto dell’altro, ma ad immaginare il suo poter essere e poter divenire. Avere cura come atto del suo progetto esistenziale dove l’azione di educare è colta nella sua accezione di atto intenzionale volto a facilitare nell’altro l’esercizio responsabile della propria libertà e della scelta.

Secondo Martin Heidegger, la Cura è ciò che regge la nostra esistenza, ne è la struttura…

Chi si prende cura del popolo degli invisibili?
Siamo veramente disposti a demandare la loro cura ad uno smartphone?

Magari, passando attraverso un like, potremmo uscire dal virtuale e dalla rete e trascorrere spazi di libertà, dialogo e confronto guardandosi dritti negli occhi e, perché no? … intervallando, con qualche incoraggiante e rassicurante abbraccio, nell’atto di scegliere e condividere spiragli di concreta quotidianità.

Adulti e adolescenti reali, forse meno perfetti delle foto seminate in internet, ma certamente veri, insieme nell’atto di riscoprire il piacere di fare e di essere mentre percepiscono, leggero e rassicurante, il calore dell’altro e la carezza del suo profumo.

Le relazioni costituiscono il filo conduttore delle storie personali che possono solo essere raccontate con una foto capace di fermare un attimo e non essere l’unico attimo da ostentare e ritoccare perché sia concorrenziale!

Lo spazio reale è il luogo privilegiato della relazione e del “fare”che ri-significano la quotidianità: i gesti che si compiono trasmettono messaggi, costruiscono ed esprimono relazioni, sono occasioni per costruire identità, per orientarsi nello spazio, nel tempo, verso gli altri”6 in un efficace collante tra limite e possibilità, finitezza e temporalità, presente e futuro inteso come esistenziale apertura ad un poter essere autentico.


  1. Espressione che trae origine da un noto docu-reality televisivo italiano di MTV in onda dal 2016 che oltre ad esaltare la brama e le curiosità del lusso indica le fantasie legate all’immaginario di chi ricco non è.
  2. Personaggio popolare in rete capace di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti ed in particolare di consumatori.
  3. Promessi a una forma. Vita, esistenza, tempo e cura. Lo sfondo ontologico della formazione- Rita Fadda, Franco Angeli Edizioni.
  4. Domenico Simeone, 2002 (Professore Ordinario presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Dipartimento di Pedagogia, Università Cattolica Sacro Cuore-Milano)
  5. Martin Buber, 1993 (1878-1965, filosofo, teologo, pedagogista).
  6. Responsabilità Comuni – CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità per Minori) 2006.
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