Ormai ogni ragazzo che abita e che vive ad Emunah sa che, appena arriva un nuovo ospite, improvvisamente il tempo si ferma. Una magia che dura pochi attimi ma che diventa fondamentale per ripartire da quel “foglio bianco” che permette, ad ogni ospite, di farsi conoscere senza invalidare la propria presentazione da ridondanti presupposti ed aspetti clinici o anamnestici. Così ogni ragazzo entra con il suo nome ma tutto il resto lo fornirà come e quando vorrà. Eppure noi sappiamo che dentro di sé ha un mondo che deve essere esplorato, un enorme vascello a cui lui solo è al timone, anche se a noi resta l’arduo compito di insegnargli a leggere le “carte nautiche” per non perdersi nel baratro dell’oscurità. Così, in mezzo alla tempesta della sua sofferenza, emerge la speranza di uno scintillante arcobaleno in cui quella presenza, prima preceduta solo da un semplice nome, diventa un’anima da cui lenire un profondo dolore per fare emergere l’essenza di sé.
Così, se all’atto dell’ingresso ciò che si temeva era l’imprevedibilità del contesto, improvvisamente l’ambiente diventa casa, rifugio, un punto da cui ripartire per comprendere, poi, che la sofferenza paradossalmente ci aiuta a capire noi stessi per non essere preda dei ricordi ma padroneggiarli con nuovi strumenti che ci vengono affidati. Ecco, allora, che lo spazio che offriamo per parlare di sé diventa un momento dove ci si può fermare, senza alcun giudizio , e far comprendere che solo noi ora siamo responsabili della nostra vita. Ciò che è stato è stato e non si può usare l’alibi del passato per invalidare il futuro. Ciò che insegniamo ogni giorno è che ciò che conta ora è trasformare i dolorosi racconti in un vento che scuote le porte della propria esistenza così da permettere di volare più in alto di ogni vissuto, di ogni carnefice conflitto, di ogni paura, per guardare da un’alt(r)a e più amplia prospettiva.